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23/04/2014 Aumento al 26% della tassazione sulle rendite finanziarie - Comunicato del Presidente Mancuso

Se confermate, le anticipazioni sullo schema di Decreto discusse in Consiglio dei Ministri lo scorso 18 aprile sarebbero davvero preoccupanti, in quanto, una volta di più, dimostrerebbero la mancata comprensione e  considerazione, da parte dei rappresentanti istituzionali, del ruolo delle Casse dei professionisti nella previdenza di primo pilastro.

Se il previsto innalzamento delle aliquote sulle rendite finanziarie dal 20% al 26% includesse anche le Casse sarebbe, oltre che una nuova disparità di trattamento nei nostri confronti, rispetto ai fondi complementari,  che sulle rendite scontano un’aliquota dell’11%, anche una svista economica dalla ricaduta molto pesante sulla previdenza dei professionisti.

Le Casse non percepiscono finanziamenti pubblici e le loro risorse provengono unicamente dai versamenti contributivi degli iscritti, che gli Enti reinvestono per garantire l’adeguatezza dei trattamenti previdenziali e la sostenibilità prospettica delle Casse stesse.

Già le misure della Spending Review  hanno impropriamente imposto di versare parte dei nostri patrimoni nelle Casse statali.

Aumentare la tassazione sul capital gain in un momento in cui gli investimenti, immobiliari e mobiliari, non garantiscono una redditività adeguata, significa defalcare ulteriormente la possibilità di garantire ai professionisti una pensione adeguata e una copertura di welfare, dato che i professionisti non godono delle misure di protezione sociale garantite ai lavoratori dipendenti.

In un momento in cui ci si riempie la bocca di Europa, di tessera professionale europea e di libera circolazione delle competenze e a ridosso del semestre italiano, i professionisti italiani subiscono una palese disparità di trattamento rispetto ai colleghi europei, oltre che alle altre categorie di lavoratori italiani.

Paradossalmente, un settore, quello della previdenza privatizzata, che ha dimostrato in ogni modo la bontà della propria gestione e la propria sostenibilità prospettica anche a lunghissimo termine, viene vessato da vincoli fiscali e pastoie burocratiche, a fronte di un ente previdenziale pubblico tecnicamente fallito, che viene agevolato e sorretto.

Chiediamo solo che venga riconosciuta la nostra autonomia, garantita dal Decreto 509/94, nel bene dei 2 milioni di professionisti nostri iscritti, che meritano di essere considerati cittadini e lavoratori di pari dignità degli altri.